Storia del cambiamento politico attraverso l’estetica del cestino gettarifiuti.

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la serie aurea dei cestini gettarifiuti

Quando la modernità coinvolse il volto delle infrastrutture cittadine dell’estetica dei grandi tronfi Stati Liberali e risolse l’avvento di un rapporto con l’oggetto, l’acquisto da parte del primo consumatore industriale del bene da consumo immediato (pensiamo al timido reperto del bastoncino di un cremino del Corso) nacque, allora la materia categorica di un nuovo elemento: il cestino gettarifiuti.

Da allora nella scorrevole disattenzione dei tempi che pennellano la tela muta della Storia, si affiancò un nuovo amico al passo mondano delle relazioni umane; come una monade insuperata di rara concreta godibilità il cestino venne a significare il contatto con una bontà dell’agire civile capace di segnare l’alba di un codice implicito e meraviglioso del “retto agire rispettoso” nello spazio di “pubblica funzione”. Nessuno storico dell’arte, nessun curioso navigatore dell’evoluzione dell’ “oggetto necessario” e della sua forma, si accorse di quanta ricchezza potesse esser portatore Lo cestino gettarifiuti, interprete di segno,carattere, linea, voce di molte diverse Epoche.

Il quartiere in cui si consumano le nostre vite cari compagni e compagne monteverdini offre esempi adamantini di questa logica espressiva, dai più ignorata. Come simulacri di deità giocose e passionali, nel corso dei miei diurni camminamenti sognanti, spesso ho potuto vederli ridere di vita,ho potuto accogliere con illuminato sguardo alcuni esemplari di particolare, vivace carattere; unendo con il filo magnifico che tesse i ricordi, tutte le impressioni che ricevetti, ecco che allora vidi un paesaggio inaspettato…vidi il tempo, e il cambiamento di questo, correre come un chiaro arcobaleno di colore su tanti meravigliosi bauletti metallici.

Il bagliore iniziale fu quello accecante di un oplita raggiante con bocca ignobile e sozzo sembiante visto appena, domo di una battaglia appena conclusasi, la battaglia di devolution; esso indossava la medesima armatura dell’arcaica funzione di public utility, quando i soldatacci erano vestiti in verde e sui loro petti, in bianco, era inciso A.M.A.; ora il profumo della precisazione lo rendeva sobrio e lo portava a esporre il gagliardetto di quel padrone signorotto Alemanno degli Alemanni. Egli ristabiliva il proprio possesso nell’immagine del suo feudo, in quest’epoca di poteri confusi.

Dopo che lasciai quel sembiante sgradito al suo passo e presi altro camminamento non fu che una decina di passi ad avvicinarmi a un altro straordinario incontro. Nella garbata brina ruggiadosa della villa gianicolense degli Sciarra, incontrai un damerino con il suo gemello al fianco, essi come garbati ben pensanti della metà degli anni ’90 indossavano dei gillet a maglie larghe e rispondevano grabatamente alle mie domande sulle formule aperte della nuova idea di sinistra; non molto più in là vidi un simil loro, ma stavolta solo e grasso, mi parlò di riformismo e mi mostrò i suoi baffi da ideologo pensionato.

La  presenza di tutti questi personaggi mi fu talmente sgradita che tutto sarebbe degenerato in una vile tristezza se la solare visione di un sembiante gagliardo non avesse rinvigorito la presenza di una giovane folgore papalina, il vessillo di una fede insperata in tanta miseria; eccolo lì guardia trionfale del giubileo romano; la sua ghisa rifletteva il fasto in cui nacque, quello della parata del nuovo millennio, l’affluenza turistica alla mega-liturgia. Un obolo di metallo laccato in oro distingueva il mio interlocutore dai suoi simili stanziati in altre terre municipali.

Quando imboccai la strada del mio ritorno a casa vidi con la coda dell’occhio un uomo in parannanza lignea annunciare a tanti esterefatti apostoli l’imminenza di una rivoluzione liberale e mostrare chiaro segno di ciò la sua potente “dogatura”, le sue doghe piene come quelle dei sedili di magistrali parchi dell’ “avanzata” Inghilterra.

Ma il meglio di questo itinerante avventura giunse al culmine della sua profonda visionarietà quando nel caldo divenire del mezzogiorno si avvertì un boato di grida venire dalla lontananza di un orizzonte rarefatto; un gendarme che gridava “Lei infrange….” scagliandosi con impeto verso un attivista del compostaggio ,tale parea nella forma, “muovendo a manganello” il malfattore verso le prigioni patrie. Solo più tardi seppi che tutto rientrava in una messa in scena del “rifiuto” popolare allo stato d’inerzia delle istituzioni verso il problema del riciclo delle immondizie.

Giunto dunque sinalmente nella mia umile dimora altro non potei se non, dopo tanta maraviglia, stanco e provato della dura fatica, gettarmi, in fin, sul mio giaciglio.

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Quartiere itinerante VI: L’idoletto siriaco.

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L'idoletto sacro in una rara foto risalente al momento della sua scoperta.

L’idoletto sacro in una rara foto risalente al momento della sua scoperta.

Ecco il “pezzo forte” del santuario: il cosiddetto “Idolo del Gianicolo”!

Si tratta di un bronzetto dorato che rappresenta una figuretta con le braccia tese lungo il corpo e una veste aderente che lo fascia. A vederlo somiglia proprio ad una mummia in miniatura! Venne ritrovato dentro una cavità ricavata all’interno di un altare a forma triangolare ospitato nella sala ottagonale del santuario. Ma a rendere alquanto curiosa ed enigmatica questa figura è il serpente che la avvolge con sette spire (probabilmente allusive delle sette sfere planetarie) affacciandosi, con la testa a forma di drago, sopra il capo della statuetta.

L’ “idoletto” venne ritrovato in posizione orizzontale: ma questa, con ogni probabilità, non era la sua posizione “naturale”. Si ritiene, infatti, che esso, normalmente in posizione eretta, nel rispetto di un particolare rituale, venisse periodicamente seppellito, ovviamente steso orizzontalmente. Forse, proprio grazie a questa fortuita circostanza, si salvò dalla distruzione.

Non sfugga che intorno alla statuetta furono trovati i resti di gusci di uova (sembra sette anche in questo caso), alcuni semi e tracce di fiori: elementi che richiamano tradizionalmente l’idea della vita e della fertilità. Ecco perché si è pensato di collegare l’immagine dell’idolo con un rituale evocativo dell’avvicendarsi ciclico della vita e della morte.

L’identità proposta per la nostra figura potrebbe essere quella dell’egiziano Osiride o quella del siriano Adone, divinità legate alla periodica alternanza delle stagioni. Sia che fosse Osiride sia che vada identificato con Adone, è evidente che la sua immagine richiama la fede nella morte e nella rinascita dei seguaci prima e dopo il rito dell’iniziazione.

Lo Stato d’abbandono a villa Sciarra.

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Vecchia signora Sciarra, maestra di pazienza, piena di una natura tranquilla e giocosa.

Vecchia signora Sciarra, maestra di pazienza, piena di una natura tranquilla e giocosa.

Un folto velo di foglie bruciate sotterra le ali dell’aquila marmorea degli Sciarra. Una fredda mattina di Dicembre accompagna il normale romanticismo del nostro paese, un pittoresco diffuso abbandono. Tutti con i loro cappotti e le mani in tasca lanciano ampie falcate verso casa accompagnati dagli steccati divelti di Villa Sciarra. Un velo di pioggia profuma l’aria del turchino fragile e delicato della Roma di Goethe. Tutto è effettivamente straniero, in un via vai di ruspe dirette verso punti non ben definiti; come degli ebeti incalliti, operai impazziti, girano intorno all’ora di pranzo e a uno dei più bei pergolati della storia del pensiero borghese; la neve dell’anno scorso l’ha buttato giù e ancora come un buon paese in crisi, pieno di reumatismi, ancora si gira intorno a progetti che vanno, vengono, cambiano, come le stagioni della luce in questo paradiso di quiete e riflessione. Villa Sciarra sembra una bella signora dal fascino bruno, colpita da una sciagura di fango e gelo, una città deserta e terremotata, matura e sola; una cosmopolita cittadina del mondo illuminista, così piena di intellettuali di passaggio, capace di nascondere, come Voltaire nella sua stanza, icone di religioni orientali…un fondo nascosto della sua passione illuminista-zen si illumina di foglie gialle, corpo tranquillo orientale di un albero dal tronco nero, “viene dall’oriente” mi aveva detto qualcuno. Altro che Cina.

 

Ma torniamo alla fontana. Si legge un riso strappato su questo volto di maschera romana, come il Dio Volto della fontana di Via Giulia. I Barberini acquisirono, persero, di nuovo acquisirono la villa e un marito di una donna Barberini, Giulio Cesare Colonna di Sciarra, posò il suo pesante aquilotto sulla testa di questa Roma mascherona che rideva.

Non ha più espressione il volto violentato di questa fontana dimenticata.

Non ha più espressione il volto violentato di questa fontana dimenticata.

Venne il tempo dello scandalo della Banca di Roma, venne anche quella stagione di politici coi baffi, i primi “liberali” d’Italia. Dopo aver lottizato quanto poteva per sottrarsi al “peso gravitazionale dei debiti”(se ne vedono i segni su via Dandolo) , l’ultimo principe Barberini vendette tutto alla Banca d’Italia stessa, con il rogito Serafini del 14 giugno 1897.Oggi un tappo di ruggine chiude la bocca alla mattina di dicembre, poco più in là di queste foglie d’alloro e ortica una rete piegata, nessuno conosce questa fontana che è morta solo poco più in la dell’Istituto di Studi Germanici.

 

Uno strapiombo, pericoloso anch’esso, dimenticato, apre una vista meravigliosa sui muri seicenteschi dove ancora sembra di vedere giocare la polvere delle cannonate.

L'aquila annegò nelle foglie che riempivano la vasca.

L’aquila annegò nelle foglie che riempivano la vasca.

Quando nella “waste land” apparve un gatto.

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Eliot incontra il gatto nella fabbrica dismessa del gioco poetico dell'"assurda simpatia".

Eliot incontra il gatto nella fabbrica dismessa del gioco poetico dell'”assurda simpatia” animale.

Gatto, un nome pieno come nessun altro. L’unico nome che nell’inganno del pensiero riesce a precedere l’oggetto-soggetto del suo riferimento, come se il linguaggio nascesse a posteriori rispetto a questo elemento spelacchiante. Una piccola eccezione nel mondo mediocre di una parola volta alla pura designazione. Solo i numeri si salvano come i gatti dal mare di un discorso che ci accorgiamo già di conoscere. Come il numero il gatto, anche se incontra un simile rimane un diverso; mettete due gatti vicini e scoprirete due vortici di luce tranquilla che attraggono verso quei due osservatori dei vostri sguardi; ogni gatto come ogni unità rimane un uno, anche se si tratta di una sala piena di gatti. Ma come fa questo mago provinciale che abita l’ombra usuale della nostra noia? Impertinente il gatto conosce la sacra arte ironica dell'”eterno interprete”, Egli si maschera da predatore annoiato e vi fa preda alla fine di un percorso, del palcoscenico della Sua Esistenza ormai confuso con la vostra, vi fa preda, dicevo, di una servitù ovvia e silenziosa come è quella della “scena”.Eccolo lì aspettare ore intere fermo nel primo atto di un commedia senza riso, infinta : quando entrerete in scena nella sua, vi convincerete di essere parte di una storia e invece sarà solo la diagonale calma e parabolica di uno sguardo che non conoscete. La simpatia del gatto e l’eroismo ironico della sua presenza in questo libro da leggere su una poltrona strappata dalle unghie di una tigre in scala…tanto scoprirete di aver visto in Lui..

..illustra Edward Gorey..

T.S.Eliot, “il libro dei gatti tuttofare”, Milano, Bompiani 2008

Il Maestro del tramonto monteverdino.

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Quale meraviglia nasconde il Maestro nell'errore del tramonto.

Quale meraviglia nasconde il Maestro nell’errore del tramonto.

C’è un profumo di alba eterna nella luce di Boccherini. C’è un cielo che di quella musica si illumina nel fondo più continuo e nascosto di Roma. Tento di immortalarlo con il cellualare di mio fratello, la macchina fotografica l’ha presa mia madre e ora è oltre quelle nuvole fra i castelli di spuma di Praga. Io qui, guardo l’oro di Roma, quel barocco delicato, quel fregio serale di nuvole cariche di illusionismo, un manierismo stabile. Fra tanta meraviglia lontana e artificiale come il principio dell’orizzonte, l’occhio fugge a cercare, padrone di una logica autonoma dei suoi movimenti, un perno stabile di quel cielo legnoso stuccato in bianco e oro.

Ecco che tutto si palesa come una ricerca dello sguardo guidata sin da principio dal particolare meccanico di un corpo di sostegno dell’intera quinta scenica.

La torre, padrona aliena di un architettura che su di essa si scarica, colore e corpo, compare nel centro simmetrico del quadro. Una torre in cortina, somiglia a un elemento noto, forse il comignolo di una fabbrica di Garbatella, forse quello di un “naso industriale” della zona Marconi.

Non posso non sapere a chi parlo. Impugno la bici baganata e sono in viaggio. Roma è lontana, nel traffico e nella banalità dell'”illuminato commerciale”, lontana dal trovare nella voce che pur si percepisce, un timbro unitario. Vedo in questo, ancora una volta, la sua disperata ricchezza, la sua violenta bellezza. Il tempo corre con me e la mia aspettativa è un inseguimento a quel simulacro di speranze poetiche che già alla prima volta scompare nelle violente transenne delle barriere architettoniche di Marconi. Dopo Ponte Bianco anche l’ultimo spiraglio di quel cielo di fumo si chiude. L’ironia naturale del Tevere in piena, verso piazza Meucci riapre il fiato della mia sudata ricerca. Sono ormai nel pieno movimento di uno svincolo arterioso di traffico. Ponte Marconi miseria di dirupi zingari e non curanza macroscopica di centinaia di macchine. Due mondi come due emisferi cerebrali lontani da un unità di ragione. Fuggire verso il lungotevere di Pietra Papa in quel mondo di rimesse fluviali che si accostano metallicamente al cerchio misterico e alchemico del gazometro, spazio di uno sport chiamato invisibilità; oppure allungare la catena verso la colombaia della finta basilica di San Paolo e riscoprire gli angoli di Ostiense e il cappotto di Ernesto Nathan, il cappotto di Mazzini , l’acaro bagnato dal temporale, il reperto vissuto…Garbatella e lo schema perfetto della sua bellezza sociale.

E’ tardi, è buio.

Raggiungo il lungotevere Vittorio Gassman, Pietra Papa è piena di un fango da cantiere antico, piena di tringolini di coccio buttati. La mia fantasia cavalleresca fugge, anticipando la ciclabile sconnessa, verso il teatro India. Immagino già quelle nuvole lasciate alla finestra poco prima di uscire, farsi fumo di quel “teatro che parla di teatro”, l’inizio dello spettacolo che si confonde di una leggera pudica erotica, con tutte quelle signore profumate di zucchero. Forse quella è la fabbrica di tanti fumi dell’illusione scenica, potrò inalarne finalmente fino al dolce delirio? La vista tradisce però il pensiero e lo richiama nel paesaggio alla sconfessione. Persino per l’illogica della fantasia quei comignoli, tanti, quelle prensenze composte di integre individualità industriali sono basse, come contadini, più che alte come le pedine di un pensiero forte che somigli alla realtà. Ho bisogno della verità per questo sogno.

Mi volto e involontariamente incorono proprio allora quel mio deisderio di realtà. La sommità del profilo di quella torre della fabbrica di sapone, la Mira Lanza, lascia affiorare in tutta la sua nuda visibilità la ringhiera di un ingresso al comignolo. Come nella visione. Il particolare si chiarifica con discrezione, come se avesse fatto tardi a una “lezione di parti”, dispiaciuto di disturbare il professore della storia. Le nuvole escono come sapone dal comignolo e io penso a Giulio Verne, si entra in quel passaggio acquoso, si cade perfettamente verso il centro buio e infuocato della Terra.

La mia finestra che è tornata a casa proprio quando sono rientrato, mi ha invitato complice a spiare, assieme a tutte quelle acconcie dame monteverdine che ridevano come goccioline impertinenti di pioggia, il maestro, il grande maesto Boccherini che, proprio allora, lasciando oscillare, molle e saldo il violino nella sinistra, voltava le spalle verso la campagna romana; il suo violino profumava ora di un colore viola che saliva al cielo, l’ultima campana della sera squillava in silenzio.

Ho sbagliato torre, certo, ma nonostante questo, credo che qualcuno suoni ancora in quel giallo incomprensibile che gli uomini legano alle stelle della notte.

Quartiere itinerante V: la sposa di Hadad.

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Atargatis è talvolta rappresentata anche nelle sembianze di “donna-pesce”.

Come vi avevo anticipato, Hadad-Giove Eliopolitano non abitava da solo le stanze del tempio siriaco di Villa Sciarra.

A tenergli compagnia c’era, infatti, la sua sposa in funzione di paredra (che altro non è se non la divinità associata nel culto ad un’altra divinità). Si chiamava Atargatis e la sua immagine era collocata sull’estremità superiore di un pilastro di marmo.

Nota anche con il nome di Syria, la dea era divenuta famosa presso i Romani grazie ai suoi sacerdoti che, compiendo lunghe traversate, ne avevano diffuso l’immagine attraverso gli strati sociali più umili.

La storia del culto di Atargatis è molto complessa e i rituali con cui i fedeli la onoravano si trasformarono nel tempo in cerimonie di tipo orgiastico e visionario.

In origine la dea doveva avere la funzione di proteggere e assecondare la fecondità, se così si può interpretare la sua immagine più celebre, rinvenuta a Hierapolis, che la raffigura nuda fino alla cintola, con una collana, le trecce ricadenti sulle spalle e nell’atto di stringere i seni, gesto tradizionalmente collegato all’idea della fecondità.

La sua rappresentazione iconografica si trasformò più tardi, in età ellenistico-romana, quando venne raffigurata avvolta in un chitone, seduta su un trono fra due leoni o due sfingi.

Cosa si pensasse della dea Syria, lo possiamo dedurre dalle pagine di una curiosa opera letteraria attribuita ad un illustre intellettuale polemista e satirico del II sec. d. C.

Ma di questa storia parleremo più avanti. Per ora vi posso anticipare che manca ancora all’appello una terza divinità che componeva, insieme alle due di cui vi ho sin qui parlato, una vera e propria triade.

L’ Anima vegetale e il suo involontario primato poetico.

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E’ la sola donna che ricordi d’aver incontrato nei sentieri dell’epica e della poesia a dimorare, senza dolore, in un corpo di pianta.

Si scopre passegiando a ritroso nel tempo, un senso del sublime, nato, percepito, vissuto nella fantasia immaginativa e impressionabile della nostra prima infanzia. Esso è il motore guida del nostro sentimento del bello, quello più familiare e timido, nascosto nell’inconfessata vivacità della nostra speranze di tornare a una  forma di percezione così viva del mondo.

Accompagnati da qualcuno, fragili e attenti, scrutavamo il mondo con l’intelligenza di costruire le quinte sceniche ai nostri vigili sogni. Così da bambino, io portato a spasso da una nonna che inclinava alla retorica risorgimentale, mi soffermai un giorno a visitare le strane forme di un oggetto arcano, vivo eppure animato di una complessità artificiale. Un pino, vicino agli “archi di Villa Sciarra” segnava un un aioula verde di erba consueta e urbana, il segno di una ribellione teatrale. Come una grottesca cantante lirica entrata in scena come colta da spasimo di disperazione e autocommiserazione ella, il pino al femminile, Pinella, diletta principessa, agitava due sbuffi di manica fronzuta, verdurosa. La meraviglia di questa trasmigrazione di un anima oscura, nobile, femminile, apriva lo squarcio erotico e fantastico di una piccola mente vivace tesa a leggervi un lineare e sorprendente dispiegarsi di forze sovrannaturali. Solo molto più tardi avrei incontarato Ariosto e le influenze dantesche, virgiliane, il metamorfismo poetico, la forma albero-uomo, per ora tutto era anticipato dall’assurdità di quel corpo e dalla meravigliosa dinamicità che vi si poteva leggere, nel fasto silenzioso dello spazio isolato che intorno posava ridente.

La mia adolescenza mi avrebbe, se non avessi trascurato la mia sensibilità per una inutile logica di necessità più pressanti,mi avrebbe suggerito certamente nelle linee sensuali di quella creatura posata su quel letto di ruvida cortina di fornace antica, una ragazza pura e dolcemente annoiata come le donne di Pierre Puvis de Chavannes, una dama notturna del più acceso e comico Shakespeare.

Il senno del presente mi suggerisce l’immagine di un simulacro del dolce sforzo naturale della meraviglia…l’idea di una innata ma non barocca complessità del possibile.

Occupazione al Liceo Manara…contro la preoccupazione.

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Gli studenti piantano dei fiori nelle poche aiuole del liceo classico L.Manara.

La peggiore bestemmia che una società civile possa partorire è quella che discredita i giovani e l’irripetibile tempo della giovinezza. Vi sono state generazioni che hanno saputo guadagnarsi il valore del riconoscimento, talvolta il plauso, di chi li aveva preceduti. Sono state generazioni che nel secolo da poco traghettato nell’infinito storico, il nostro Novecento, hanno portato il nome dei loro anni caldi cucito addosso, come il simbolo riconoscibile di un tempo in cui fare, trasformare e scrivere la storia. Le loro battaglie puntavano alla liberalizzazione delle differenze di espressione, all” immaginazione al potere”, alla “dittatura” di tutti, dunque. Ecco perchè una generazione così non poteva che realizzarsi nel suo frutto, nella prole delle sue idee. I figli siamo noi, i giovani di adesso. Stranamente, però, appare, questa, la nostra, una generazione disprezzata, forse a causa di un certo risentimento generato da moti di “reflusso” sociale e politico per l’abbandono degli ideali di quella generazione genitrice e rivoluzionaria.

Assemblea pubblica presso il liceo classico L.Manara, preparata e gestita con precisione e partecipazione dagli studenti.

Eppure io ho visto in questi giorni, come mai mi era capitato prima, ragazzi, ragazze portare alto il segno di un riconoscimento umano, virtuoso, in senso puro, dei valori della cultura, della crescita autonoma e libera, di impronta e volontà civile . Ragazzi che si mostrano chiari portatori di un lessico volto a rispondere alle domande di un presente storico che sembra averli abbandonati. Partigiani della propria giovinezza e dell’ irripetibile giovinezza del mondo. Proprio ora che tutto sembra essere assorbito dalla coltre di un “privatismo” brutto esteticamente e logicamente, questi ragazzi con un coraggio lontano dall’ombra di qualsiasi narcisismo epocale, affrontano la lotta assoluta delle loro speranze. Occupano, occupano la scuola, la casa del loro futuro, la grande incognita e la chiave di volta allo stesso tempo, quello spazio dove vorrebbero soltanto avere spazio e tempo per vivere la loro crescita.

 

Sono ragazzi pieni di una consapevolezza amara, di una capacità di vivere il loro tempo nel triste gioco del “guardarsi da fuori”, eppure sono pronti a protendersi in questa lotta, a rappresentarsi semplicemente, a evidenziare i loro diritti. La dichiarazione universale dei Diritti umani dell’ ONU afferma che “ognuno ha diritto ad un’istruzione” vale a dire che ciascun cittadino del mondo ha diritto ad apprendere in funzione di crescere e confrontarsi, dare e vivere in funzione di un mondo migliore.

Con uno sciocco Decreto, una donna, certamente di scarsa cultura, vorrebbe, ultimo di innumerevoli tentativi, intraprendere un percorso di privatizzazione, di fatto anche se non di nome, delle strutture scolastiche, utilizzando strategicamente le spinte del risvegliato “liberal-liberismo”, che vorrebbero teoricamente avviare il buon funzionamento della macchina-Stato. Berlusconismo, falsità di messaggi politici, finalizzati in realtà a sostenere la logica di un falso progresso, magari  pubblicizzando il rilancio delle istituzioni scolastiche; quella scuola che è ormai più vicina all’immagine di un precario stato di diritto che di un principio di pubblica amministrazione, dolce e dimenticata terra di nessuno nei confini inutili di uno stato-nazione, ancora incapace di guardare alla sua crescita prospettica, magari all’Europa.

Ma neanche vivere questa terra di nessuno va giù ai ragazzi. La loro infatti è stata una piccola grande rivoluzione. La loro occupazione, con il semplice e decisivo atto di apertura delle porte al quartiere, al mondo fuori, ha significato un punto di incontro e di integrazione fra Società civile e Istituzioni pubbliche.

Organizzati, pronti a ribattere, portatori di una proposta di riforma complessiva che vuole porsi sul piano opposto e speculare a quello di una riduzione strumentale del luogo e della funzione scuola. Guardano in grande questi sognatori che lottano sotto le bombe del silenzio e della normalità. Privati di tutto, persino del riconoscimento di un loro linguaggio dai menefreghisti che vanno a braccetto delle forze politiche, loro, i ragazzi, dimostrano di cercare la cultura per la cultura, per il bello, veri cittadini di una felice e inascoltata “agorà”.

Organizzano corsi, danno vita a quello che la scuola non vuole rappresentare, la dimensione della coesione sociale, volta all’unica possibile prospettiva di questo mondo: la crescita sociale. Aprono la terrazza dell’Istituto per guardare quelle stelle che i libri di geografia astronomica non sanno insegnargli a riconoscere. Mangiano tutti assieme, imparando a condividere la vita nella sua materialità, quello che la scuola non fa. Mentre qualche film li aiuta a capire quanto sarebbe importante uno spazio di dibattito sull’arte, la rappresentazione e il mondo dei sognatori in tutta la sua instancabile attualità, più che mai politica. Bravi davvero ragazzi.

Cuore di latta e fari di bronzo.

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Potrei parlare e scoprire di me in eterno guardandoti R4.

Ho sempre odiato, senza mezze misure, le “macchine”, però ogni buon intemperante nasconde spesso un tesoro “erotico” nel proprio sentimento negativo.

Lei, R4, è come una ragazza che non è invecchiata mai, come la complice di un’eterna gita verso l’Autostrada del sole, esemplare perfetto di carro apollineo.

Io l’ho sempre concepita ferma, fermo restando che nella mia breve e felice vita di osservatore non sono mai entrato all’interno di tale abitacolo. La parola abitacolo infatti nella mia febbrile immaginazione si accoppia all’immagine di un’auto, questa, che è oracolo e abitazione, rivelazione perpetua di una gioia instancabile di scoprire le linee particolari di una particolare forma di esistenza. Essa nell’immagine della mia immaginazione trova posto in uno strano etere dello spostamento, viene a collocarsi in un’arcana dimensione pre-linguistica, che la riduce, nella più assoluta esaltazione, a utensile consumato sul nascere, forse quasi una scatola da the, un oggetto fisso nella gioia impassibile al tempo, quel sentimento che si sottrae persino alla sciagura e al temporale e dona stabilità al concetto di “domestico” che nella nostra mente va via via chiarificandosi.

Il suo muso piange simpatia, e somiglia al volto di un’altra auto, cominciata, disegnata all’origine diversamente, su cui l’errore si deposita come pregio. Desta uno stupore instancabile l’opera di autoconfinamento di quei due occhi neonati nell’ellisse di un ferro che ha sapore di alluminio.

Tutto in lei porta alla vista l’odore della merce artigianale, come quando si respira legno guardando il falegname fumare fuori della sua bottega. Plotiniana, nella teoria degli odori.

Il paraurti ha la grazia di mostrare la sua aprioristica inutilità e si dispone a completare semplicemente e con fermezza la linea del volto.

Il suo vetro, come il seno delle donne-ragazzo, è piatto e lascia intravedere fastosi temporali, apocalittici, affrontati con la quiete di uno scorrimento d’acque “da bucato”.

Il suo corpo è privo di libidine, come il corpo di un’architettura, la volta di un pantheon costruita con fine abbozzatura di martello, e lisciata dalle mani e dall’attenzione di un Demiurgo impossibile.

Ella…lei, non dispone poi di glutei, ne scampa, anzi vi si sottrae con eleganza e agilità. Il suo di dietro è una lamina piatta come il fondo di un film su cui compare chiaro, confinato, delicato come panna e nebbia: “fine”; solo due faretti oblunghi, come due pinoli imbevuti di un liquore Alchermes, si presentano agli occhi del confuso e meravigliato spettatore. In essi baluggina una doppia e simmetrica sagoma fuoriuscente di forma sferica, forse cuore, forse rene, forse entrambe le cose.

Vedendo questo esemplare, uno e solo come l’idea che vi si lega, oggi, in questo invernale pomeriggio monteverdino, il senso si arricchisce di un paesaggio diverso da quello di un semplice ritorno a casa, e vedo allora la sua anima portabagagli aprirsi mostrando una cassetta di semplici, genuine mele rosse.

Oggi  è in “cachì” come il cappotto della nonna fuori scuola, come le caramelle di miele e zucchero, come una glassa di crema sottile, che nasconde un ripieno di vento e infinito. Le foglie gialle zafferano intorno a lei si accordano silenti per ballare un can-can discreto.

Quartiere itinerante IV: Il santuario siriaco gianicolense.

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schema assonometrico del santuario siriaco (disegno di R.Meneghini).

Salve amici, stiamo per entrare nel santuario siriaco del Gianicolo.

Prima, però, vorrei con pochissime parole accennare ad alcune controverse questioni sulle quali a lungo si sono confrontati studiosi ed esperti ed, in primo luogo, chiarire che sulla natura misterica del culto che si sarebbe svolto all’interno del tempio, non vi è convergenza di pensiero. La questione assume un ampio rilievo se si misura con un’altra affascinante  problematica, quella che riguarda un enigmatico personaggio: il siriano Gaionas. Ricco e vanitoso cittadino romano originario della Siria, M. Antonius Gaionas, personaggio altrimenti sconosciuto, assume, in realtà grande importanza rispetto al nostro santuario nella sua fase di II sec. d.C., poiché a lui si legano diverse iscrizioni qui rinvenute, di cui la più importante è senza dubbio quella sepolcrale, dove l’uomo viene identificato come cistiber. Intorno all’interpretazione di questo titolo si sono confrontate contrastanti opinioni: da una parte quanti hanno inteso il termine come una sorta di alterazione di cistifer, vale a dire “portatore di cista mistica”, avvalorando, in tal modo, l’idea che il tempio fosse votato ad un culto di tipo mistico; dall’altra, invece, quelli che dall’appellativo hanno dedotto che il nostro fosse uno dei cistiberes, funzionari di  livello minore ai quali era affidato il compito, per così dire, di mantenere la quiete pubblica. E’ facilmente intuibile che da questa prospettiva si allontana l’idea che Gaionas potesse guidare celebrazioni di tipo misterico.

Per essere analizzata in tutti i suoi aspetti, alcuni dei quali presentano uno straordinario fascino, la questione richiede grande spazio di tempo e noi a questo punto, rinviandone, per quanti fossero interessati, la discussione ad un altro appuntamento, procediamo diretti verso l’ingresso del tempio.

Scendendo tre gradini di granito attraversiamo la porta che si trova nel corpo centrale del santuario, diviso in tre sezioni e orientato, secondo il volere dei sacerdoti, verso est.

Varcata la soglia di ingresso, eccoci nel cortile, verosimilmente lo spazio destinato ad accogliere la folla che in massa prendeva parte alle cerimonie sacre. Ci incamminiamo ora verso sinistra e raggiungiamo il nartece, una sorta di atrio che precede il luogo di culto vero e proprio. Passando attraverso il nartece possiamo accedere alla sezione che occupa la parte ovest del santuario e ci troviamo subito in un’ampia sala rettangolare la cui parete di fondo presenta un’abside all’interno del quale è scavata una profonda nicchia: proprio dentro questa cavità doveva essere collocata la statua che, privata di testa, braccia e piedi, era stata rovesciata a terra dai profanatori del tempio. La maggior parte degli studiosi concorda nell’identificare l’immagine del simulacro con quella di Hadad, antichissima divinità venerata in Siria come protettrice delle montagne, capace di cavalcare attraverso le nubi e favorire piogge benefiche e portatrici di fertilità. Come molte delle divinità legate agli aspetti della fertilità, anche Hadad compare spesso a cavallo di un toro. Allo stesso tempo, però, il dio, entità suprema dalla personalità complessa e connessa con i fenomeni atmosferici, è, però, anche regolatore delle tempeste e degli uragani.

Una volta giunto a Roma insieme agli schiavi di origine siriana, il nome di Hadad venne romanizzato in quello di Giove Eliopolitano, perché originario della città di Heliopolis o Giove Maleciabrudes, cioè connesso con la località di Jabruda.

Non sarà superfluo precisare, per cogliere nella misura più piena la storia dei culti religiosi che si legano al Gianicolo, che quello di Hadad non solo si insediò nella stessa area già dedicata a Furrina, ma che in essa per un certo tempo le due divinità molto probabilmente trovarono felice convivenza. Lascio a  voi immaginare l’origine di tale connubio!

A Roma il dio Hadad non era arrivato da solo……….se volete sapere chi lo accompagnò, seguiteci nel prossimo appuntamento alla scoperta del santuario di Villa Sciarra e ricordate che stiamo parlando di quello che fu molto probabilmente l’ultimo tempio pagano costruito a Roma.